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Angelo Barovier (1405-1460)

 

Angelo è il rappresentante più noto e più celebre della famiglia: non solo maestro vetraio ma anche artista e scienziato: un vero uomo del Rinascimento.
Verso il 1455 riesce così ad ottenere dalla Repubblica Veneta un "privilegio", ossia quello che chiameremmo oggi un "brevetto industriale", grazie all'invenzione di un vetro terso e trasparente, lucente e "pulito", al quale darà il nome di "vetro cristallino" o "cristallo veneziano".
Anche se non si conoscono opere firmate da Angelo Barovier, la critica contemporanea tende ad attribuirgli la celebre "coppa nuziale" del Museo Vetrario di Murano, la "coppa degli uccelli" di quello di Trento" e il "calice" in vetro azzurro del Museo Civico di Bologna.

Ad Angelo Barovier viene anche attribuita un'altra invenzione: la bellissima pasta vitrea variegata detta "calcedonio".
Su di lui troviamo un documento del 19 ottobre 1459 che lo descrive come "prestantissimo nell'arte vitrea", ed è altrettanto noto un "epigramma in Angelum Venetum, optimum artificem crystallinorum vasorum" dell'umanista contemporaneo Ludovico Carbone.

Nel 1455 Angelo Barovier si recò nel capoluogo lombardo assieme al figlio Marino, alla corte del duca Francesco Sforza.
L'invito gli era stato fatto direttamente dal duca su suggerimento di Antonio Averlino detto il "Filarete", architetto e ingegnere al servizio dello Sforza e autore di un noto trattato urbanistico che, per onorare il Principe, descriveva una città immaginaria detta "Sforzinda" dove, nella sua realizzazione, sarebbero stati utilizzati i migliori e più famosi artisti e artigiani dell'epoca.
Per il palazzo del Principe il Filarete indicava: "Maestr'Angelo da Murano" come il più adatto a fabbricare paste vitree di particolare pregio. L'Averlino scriveva infatti "...Questi vetri gli farà un mio amicissimo il quale si chiama Maestr'Angelo da Murano il quale è quello che fa quelli lavori cristallini...".

Angelo venne sepolto a Murano nella chiesa di Santo Stefano. Sulla sua pietra tombale venne incisa la frase "patuit vitrea quiquid in arte latebat", che stava a significare che a lui era noto ciò che era nascosto nell'arte: un'ulteriore conferma della sua perfetta conoscenza delle tecniche vetrarie.